Jirō Taniguchi - Un cielo radioso

[…] Ad ogni modo, se dovessi fare un commento, direi questo: credo che nel corso della nostra esistenza certi eventi, certe esperienze siano capaci di farci cambiare modo di vivere. Si tratta di quegli eventi grazie ai quali ritroviamo la coscienza oggettiva di noi stessi, la sua natura profonda, al di là del personaggio che ci tocca incarnare nelle convenzioni che la vita quotidiana ci impone.

Quello che ho voluto dire al lettore con Un cielo radioso è che certi istinti non sono riservati a pochi ma capitano a tutti. Ci sono riuscito?

Al punto di partenza di questa storia c'è l'idea che ogni essere umano, nel corso della propria vita, può scoprire le cose essenziali, al massimo una o due, che davvero contano per lui.

Ho immaginato un uomo che sta per morire e che prima di andarsene, poco a poco, riesce a radunare tutto quello che il suo cuore insoddisfatto stava per lasciare incompiuto. Ho avuto voglia di scrivere il brivido che attraversa il cuore di chi accompagna un caro amico nell'istante della morta, e la rinascita dell'anima. Nel momento in cui finivo Un cielo radioso, all'inizio dell'inverno, la nostra gatta è morta. Ovviamente se possiedi un animale domestico sai che un giorno morirà. Pensi di sapere che cosa ti aspetta eppure, quando succede, ti trovi a essere sconvolto più di quanto non avresti creduto.

Ormai già quindici anni fa, nell’inverno del 1990, la morte del nostro primo cane mi aveva provato a tal punto che avevo giurato a me stesso di non prendere mai più un animale in casa. Poi mi sono ritrovato quasi costretto ad accettare una gatta. Una gatta persiana che nessuno voleva. Dato che conoscevo solo i gatti giapponesi a pelo corto, quell’animale con la testa strana e col pelo lungo mi sorprese fin da subito. Per me, più che un gatto, era una specie di cane col muso schiacciato. La chiamavo Boro (stracciona), che si addiceva benissimo al suo colore e al suo aspetto. Aveva circa un anno quando ce la diedero e passammo assieme i quindici seguenti.

Boro era di natura lenta. Non aveva per nulla l’agilità felina che mi aspettavo di trovare in un gatto. Ma con i suoi movimenti buffi e divertenti aveva il dono, anche senza far niente di particolare, di dare serenità con la sua sola presenza. Quando tornavo a casa dopo una giornata di lavoro, ero sicuro di trovarla sempre ad aspettarmi.

Con un animale così al mio fianco ero felice. Credevo che sarebbe durato per sempre. Non pensavo che quella presenza poteva venirmi tolta. Non volevo pensarci.

Ma gli animali, come gli uomini, col passare degli anni perdono la loro capacità di muoversi. Un giorno Boro finì per perdere completamente l’uso delle zampe posteriori. Continuava nonostante tutto a muoversi grazie alle sole zampe anteriori. Mia moglie e io le facevamo massaggi quotidiani alle zampe malate, ma senza risultati.

Poi, una decina di giorni dopo, Boro fu presa da spasmi e non poté più muoversi. Dalla sua cuccia continuava tuttavia a reclamare cibo, prima di perdere completamente l’appetito ed entrare in coma.

Noi continuavamo a sperare ugualmente in una sua ripresa. Volevamo che vivesse, anche in quella forma menomata. Il veterinario veniva a visitarla ogni giorno, ma la sua vita stava volgendo al termine e lei morì.

Non era la prima volta che assistevo alla morte, la morte di un essere umano o di un animale. Eppure, anche davanti alla morte che fa seguito a una vita lunga e intensa, lo sconcerto è sempre lo stesso, la tristezza è l’unica reazione.

Ancora oggi perdere all’improvviso qualcuno che ha vissuto vicino a noi, provoca l’aprirsi di un grande vuoto. Ma non si può neppure vivere con questa voragine perenne nel cuore. Ci vuole molto tempo per accettare la scomparsa di qualcuno che ami. E credo che sia mettendo ordine tra i propri sentimenti, superano il proprio abbattimento e avviando un nuovo inizio, che si cresca.

Un cielo radioso è quindi anche il racconto di una famiglia che ha deciso di superare una morte inimmaginabile. E, anche se la storia è un po’ strana, ho voluto rappresentare con lo strumento della narrazione a fumetti i conflitti che gli attriti del cuore, la sofferenza che si prova nell’accettare la morte di qualcuno e quel che si deve fare per andarsene senza lasciarsi alle spalle nessun conflitto interiore irrisolto.

Il mio stato, mentre lavoravo a questo racconto, era febbrile. Mi auguro che possa trasmettersi al lettore.

Novembre 2005
Jirō Taniguchi

QWERTYspace È ormai passato un anno dall'inizio di questo esperimento e di cose ne sono cambiate. Abbiamo iniziato tutto come se fosse un gioco. Eravamo fin da subito intenzionati a creare qualcosa di grande ma era comunque una prova. Riusciremo ad avere del lavoro? Ce la faremo a trovare clienti? A soddisfarli? Potremo sostenere le spese che avremo? Tutte domande la cui risposta era: non lo so, proviamo, se falliremo avremo comunque guadagnato tanto, tantissimo, anche se probabilmente non in termini economici.

E ora mi ritrovo qua, sommerso di lavoro e con in tasca un bagaglio culturale enorme. Ho imparato tanto da questa esperienza che non accenna ad arrestarsi. Ho imparato ad essere completamente indipendente, a guadagnare i miei soldi, a gestirli, a avere spese fisse ed entrate tutt'altro che sicure. Ho imparato a pagare le tasse e ho imparato che ci sono troppe tasse. Ho imparato che sebbene sia un pubblicitario non esiste pubblicità migliore di un cliente soddisfatto. Ho imparato ad essere severo con i dipendenti per riuscire ad ottenere il meglio dalle loro menti brillanti, ho imparato ad essere fermo nelle decisione senza piegarmi alle folli volontà dei clienti e ho imparato ad essere umile e a chiedere scusa di fronte ad un errore causato da me. Ho imparato ad avere delle responsabilità. Ho capito che prima o poi tutto torna indietro, non è possibile evitare una cosa sperando che sparisca. Puoi nasconderti per una settimana, un mese, un anno, ma le responsabilità ti trovano e devi affrontarle. E ovviamente non solo in ambito lavorativo.

Sep 11, 2014

Migliore

Migliorare, ancora migliorare, sempre di più. Volere la perfezione, tenerla come obiettivo, sempre. Impegnarsi, sudare, sacrificarsi per la perfezione irraggiungibile. Questa è la mia vita, in continuo rinnovo. Prendo, costruisco, distruggo, ricompongo. Migliore, sempre migliore. Riparto da zero, riparto dal nulla. Rivedo le basi, scavo nelle fondamenta. Giù, sempre più giù, sempre più in profondità. Rivedo me stesso, correggo gli errori, ricostruisco. Migliore, sempre migliore. Inizio dalle cose piccole ma essenziali, inizio da me stesso. L'automiglioramento è masturbazione, invece l'autodistruzione... E tutto per quell'obiettivo, tutto per quel sogno. Tutto per la perfezione, la mia perfezione. La mia visione di una vita perfetta, semplice e con pochi problemi. Pace, solo pace. Stare bene.

Jan 5, 2014

Il passato non esiste

Il passato non esiste. Non esiste nemmeno il futuro. Sono entrambi invenzioni create dalla mente umana per catalogare eventi che vorremo presenti ma che irrimediabilmente non esistono. Eppure condizionano le nostre vite. Viviamo paradossalmente più nel passato e nel futuro che nel presente, in pratica non viviamo.
Mi sono reso conto da qualche mese che benché sia riuscito ad estraniarmi dal futuro non riesco a staccarmi dal passato. Comportamenti sbagliati, frasi non dette, attenzioni negate. Troppo spesso mi sono ritrovato a desiderare di tornare indietro per correggere certe cose, non per migliorare il mio presente ma per migliorare il mio passato. Che non esiste. La logica mi avverte che è una cosa stupida, completamente inutile, ma continuo a non accettare alcuni eventi passati, che con la mia vita presente non hanno nulla a che fare o che comunque contano poco. Folle.

Non mi sono mai fidato delle parole. Forse è per questo che non so scrivere bene come uno scrittore, ma le trovo inutili. Sono, a mio parere, troppo poche e con un significato troppo ristretto per esprimere un concetto qualsiasi.
L'utilizzo di parole straniere aiuta molto, ma sono per lo più sconosciute. Come 改善 (kaizen), che esprime il pensiero di un progressivo e lento miglioramento continuo. Come lo si può definire se non con "kaizen"? Inoltre vi sono concetti che per loro natura sono indefinibili in qualsiasi lingua, ad esempio i sentimenti. Come si può definire l'odio? Qual'è il confine tra affetto e amore o addirittura tra odio e amore? Come potrei farlo capire a qualcuno se non facendoglielo provare di persona?

Per me che amo ottimizzare qualsiasi cosa non riesco a vedere nelle parole un futuro roseo. Sono stagnanti. In evoluzione, sì, ma non in rivoluzione. E mentre aspetto che qualche vulcaniano ci insegni a trasferire pensieri ed emozioni con l'imposizione delle dita non posso fare altro che continuare a pensare che "ti amo" e "banana" abbiano lo stesso significato.

Sep 24, 2013

Random

Ho una gran voglia di scrivere, ma non ho nulla di cui scrivere. Generalmente non riuscirei ad immaginare scenario migliore per non farlo ma oggi infrangerò questa mia politica.
Ho poco da dire, anche se tante emozioni e pensieri da condividere. Sono sentimenti che però non hanno parola e, oltre a viverli, non hanno altri utilizzi. Non saprei nemmeno dargli un nome, ma sono belli. Questo lo so.

Questa è la mia rinascita. Dicono che non c’è esperienza più bella di morire senza morire, per rinascere nuovo. Io sono morto. Ora sento di essere davvero diverso, con un futuro diverso che non mi interessa e senza un vero passato. Il mio passato non è mio, è di un’altra persona. Forse dovrei cambiare nome. Ma in realtà chi sono io? Non lo so, non mi interessa. Io sono Io. Sono solo Io. So di avere delle missioni, degli obiettivi, in tantissimi campi diversi, personali e lavorativi. So chi voglio diventare ma non ho fretta. Quello che sarò lo sono già ora e lo ero anche ieri. So cosa voglio e so che lo otterrò, perché se anche non lo otterrò so che qualcosa di guadagnato ce l’avrò sempre. Che bella la vita. Nulla si perde mai, si prende e basta. L’esperienza, la conoscenza. Sono i beni più cari, forse gli unici. Voglio combattere contro il fantasma del mio passato. So già di vincere ma lo voglio proprio distruggere, umiliare.

Ma questi pensieri random non interessano a nessuno, se non per vedere a cosa pensa un uomo morto. E rinato.

Sep 14, 2013

Il piacere del dare

Nella società odierna c’è una perpetua forza che ci induce ad avere. Vogliamo avere tutto, vogliamo una buona istruzione, un buon cellulare, una buona macchina, una bella casa e quando li abbiamo ne vogliamo di nuovi, più belli, più costosi. Inseguiamo qualcosa che non riusciremo mai a raggiungere. Inseguiamo la felicità.

Il motivo per cui non la raggiungeremo mai è più semplice che mai: sbagliamo strada. Il segreto non è avere, non è collezionare ma è dare.
Oggi ho passato una giornata sfiancante. Un mio amico mi ha chiesto un aiuto per cucinare un’ottima cena alla sua ragazza e io mi sono offerto ben volentieri. Abbiamo preparato tagliatelle fatte in casa al ragù fatto in casa, gulasch e crema di mascarpone. In tutto ci abbiamo messo circa 8 ore, fino a che, mentre lavava i bicchieri, uno si è rotto e gli ha causato un taglio di 5cm molto profondo all’indice destro. Subito l’ho medicato come meglio potevo con una garza medica ma, essendo inutile, l’ho portato dritto al pronto soccorso. Ho aspettato con lui che lo portassero dentro e ho aspettato che uscisse. Una volta fatto l’ho riaccompagnato a casa e l’ho aiutato a scrivere, a vestirsi e a finire i preparativi per la cena. Infine sono tornato al pronto soccorso per recuperare l’orologio che si era scordato.
Lui non mi ha dato niente, se non 8 anni di amicizia e un abbraccio. E tanti “Grazie”. Mentre tornavo a casa ero sinceramente sfinito ma felice. Di quella felicità interiore che non riesci ad esprimere. Sto bene, la vita è leggera e io sono felice. Una sensazione meravigliosa, meritata soltanto per aver dato.

Chi lo dice che una casa bella deve essere grande, costosa e piena di cose preziose? Chi lo dice che la macchina migliore è la più veloce e la più comoda? Ci servono davvero queste cose? Non ci basta una piccola casa in affitto con pochi mobili? Non ci basta la gioia di camminare o di andare in bicicletta? Tutta questa roba ci soffoca. Soffoca la nostra felicità. Liberiamocene, diamo. Non con il fine di una ricompensa ma solo per il piacere di dare. Così si raggiungerà la vera felicità.

Aug 23, 2013

Sulla retta via

Pochi giorni fa ho parlato di una mia esperienza. Per è stata come compiere un lungo viaggio, fare scelte difficili, modellare il mio itinerario, sopravvivere. Lo è tutt’ora. Ma un mio caro amico questo viaggio ha deciso di farlo davvero. È partito da Pavia ed è arrivato fino in toscana. A piedi. Da solo.

Mi sono preso l’essenziale, mi sono studiato il percorso e sono partito. Il 7 agosto, alle ore 5.59, ero in cammino, diretto alla tanto miticizzata Toscana. Così il mio viaggio comincia, da Groppello Cairoli (in provincia di Pavia, a 30km da Milano), e come tutti gli altri, con il primo passo.

Continua…

Aug 17, 2013

Qui, ora

Non mi piace parlare troppo di me stesso su questo blog, preferisco scrivere le mie riflessioni e i miei pensieri, ma sto passando una frase significativa della mia vita e volevo condividere ciò che sto provando.

Per varie ragioni, negli ultimi giorni, ho dovuto fare una scelta critica e ho deciso di sacrificare tutto, tutto ciò che era veramente importante. Ho distrutto tutto, ho abbandonato tutti. Ma dovevo farlo nel nome della mia vita. E ora mi ritrovo qui, nel Presente. La mia mente nei momenti di pausa cerca di scappare al Passato e mi violenta di ricordi, rimorsi, sensi di colpa. Io cerco di fuggire, di puntare al Futuro, ma questo mi pare completamente offuscato. Non riesco a pensare al me stesso più avanti di qualche ora. Per questo mi sento totalmente immerso nel Presente. Non ad uno stato conscio, ma in uno strato molto più profondo del mio Io.

Ho preso questa decisione perché stavo sprecando la mia vita. L'ultimo anno (e anche più) l'ho completamente perso, come se non l'avessi mai vissuto. E ora mi sto davvero assaporando ogni minuto della mia vita. Ho perso tutto e non riesco a vedere ad altro, ma forse qualcosa l'ho trovato.

Aug 14, 2013

Karma

Sto leggendo il capolavoro di James Clavell, Shōgun. È un romanzo davvero bellissimo e per me, amante della cultura Giapponese, è già un must-read.
Dalla prima metà del libro ho iniziato a comprendere e a riflettere davvero tanto sulle abitudini nipponiche, sulla loro storia, sui loro usi e costumi ma in questo momento della mia lettura, James mi ha fatto capire davvero il significato di Karma.
Il Karma, in occidente, è visto come un’idea che sei buono in questa vita avrai una reincarnazione migliore. Non è propriamente così, cercherò di spiegarlo meglio.

Il Karma è il destino, il fato, ed è influenzato dalle azioni compiute nella vita precedente. Ma non è visto nel modo occidentale, simile a paradiso o inferno, anche perché in Giappone non c’è una cultura del futuro. Anche nella grammatica, infatti, il tempo verbale futuro non esiste, esiste solo presente o passato. Quando si parla di Karma, quindi, si intende che quella determinata situazione o fatto è accaduto perché doveva accadere, perché nella vita precedente avrai compiuto un’azione negativa che si ripercuote nel presente. Se perdi il portafoglio è il Karma, non puoi farci niente. Se muore un tuo caro era il suo Karma. È inutile angustiarsi inutilmente. Ed è inutile anche angustiarsi su fatti sciocchi, perché in qualsiasi momento potresti essere tra la vita e la morte se il Karma lo vorrà, e allora che senso avrà avuto arrabbiarsi o star male per quella sciocchezza?

In definitiva se una cosa deve accadere accadrà, che tu lo voglia o no, quindi è meglio utilizzare le proprie forze per risolvere ai danni piuttosto che a rimpiangersi sopra e maledirsi per l’eternità.